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August 15 Perchè i giornali di moda mi mettono tristezzaPerché i giornali di moda mi mettono tristezza? Bò. Saranno quelle facce anonime e allucinate, meno vitali di un manichino. Quelle ossa smunte che ti fanno pensare a una cripta o un obitorio. Morti imbalsamati. Impagliati come gufi e teste d’alce. Saranno quelle pelli bianche, quasi diafane, quelle espressioni malate. Sì, credo che le foto delle reclame modaiole mi facciano tristezza perché sembrano reportage di ospedali; facce malate, debolucce, mosce. Mi chiedo se sia davvero così che ci vedono e ci interpretano i maestri dell’alta moda. Mi chiedo se di riflesso noi ci vediamo davvero così. Gli abiti, poi. Abiti? A volte stenti a definirli così. A parte che non sempre è chiaro cosa diavolo abbiano indosso. A volte ti sembrano esattamente le piume decorative del gufo impagliato di cui sopra; altre volte un invito alla vita circense; altre volte li percepisci come un destro nell’orbita o, se preferite, un colpo al plesso solare appena dopo mangiato: accostamenti cromatici nauseanti, linee e forme assurde, che sulle predette quattro ossa incollate non fanno un bell’effetto. Una reclame su venti o trenta trova motivo di esistere, e allora apprezzi un certo cachemire o un certo abitino, chissà perché di perfetti sconosciuti che godono di un magazzino sul territorio nazionale e un sito internet. Nemmeno i prezzi fanno un bell’effetto; o, per lo meno, a volte fanno sorridere; la prima cosa che mi viene in mente quando guardo una certa cifra è “Ma perché? che cos’ha di così speciale questa scarpetta (tra l’altro – magari – brutta)?”. Notate che quando si descrive l’abbigliamento e gli accessori nelle didascalie a fondo pagina si aggiunge il prezzo tra parentesi, ma non sempre. Cioè, quando si supera la terza cifra, si preferisce omettere: e direi menomale, perché diversamente ci sarebbe di che vergognarsi. Vado a spiegarmi: le rubriche di questi giornaletti modaioli sono molto originali, profonde, e ti sconvolgono radicalmente la vita (ma di ciò parleremo fra poco). Una di queste riportava una serie di oggetti e abiti in tema, e il tema era “effetti ottici in bianco e nero”; uno degli abiti era una cosa lunga, appunto in tema, poco visibile, ma quel poco che era visibile vi assicuro che fosse poco appetibile, griffe ovviamente Moschino (ovviamente perché la tale griffe offre risaputamente a vedere un’accozzaglia di cose prive di un qualsivoglia gusto), costo 995 euro. Ora, supponendo che il materiale abbia un costo di 100 € (ma esagero), e che la manodopera risulti di altre 100 €, e che quella minuscola foto che fa pubblicità costi alla casa altre 100 €… come diavolo si possono giustificare i restanti 695? Io, se fossi uno della Moschino, mi metterei a vergogna. Ora, capirete bene che per dei simili obbrobri di qualsivoglia nome e cognome, o cosette delle quali il costo esorbitante è assolutamente ingiustificato, aggiungere tra parentesi un costo che superi addirittura le tre cifre sarebbe un’autentica vergogna. C’è da chiedersi chi sono quei cani e quelle cagne che firmerebbero assegni di quella portata per oggetti tanto kitsch. Tanto più che non sono nemmeno “necessari”. Credo sia questo, più di tutto, che mi dia il voltastomaco. Tra le migliaia di foto, ogni tanto un rigo scritto. E sarebbe meglio non leggerlo. Ci trovi la rubrica del “come fare se hai un appuntamento subito dopo lavoro?”. Aiuto, condizione di assoluta emergenza: servono assolutamente le scarpe da ricambio così, le calze cosà, la borsetta colì, i trucchi del mestiere da borsetta da 40 € l’uno… ah, sì, anche l’indispensabile manuale “Una posizione al giorno”, perché a far sempre la stessa poi ci si annoia. Ci trovi un brano tratto da “Ho sposato un deficiente” di Carla Signoris, che a dirla tutta più che ridere mi ha fatto ancor più tristemente sorridere. E poi, se proprio vogliamo dirlo: chi è più deficiente, il deficiente o quella che l’ha sposato? Ci trovi un servizio su Masters e Johnson, i coniugi pionieri della sessuologia nell’america bigotta che usciva dagli anni ’60… già perché questi giornaletti hanno bisogno di qualcosa per far tiratura. Quindi, sesso, cadaveri ricoperti di stracci da mille euro, e make up. Solo i morti infatti possono esser di una superficialità così abissale. August 09 back again... con mui tristesaEccomi qua.
Di nuovo.
Dopo altri millenni di silenzio.
Non è che non abbia avuto da fare, per carità.
Il fattto è che mi era preso il crampo all'indice.
No, non era un crampo. Era un caso di combinata vuotaggine post-esame+lutto insieme.
Lutto in solvenza, diciamo. Post-esame molto postumo e molto granitico da digerire, anche.
Vacanze a spizzichi e molliche, ma grandiose.
Tanto sole, tanto mare, tante zanzare e tanto caldo cui far fronte con letti che girano per una casa salentina ora qui ora là, fin quasi sulla veranda retrostante, in cerca di frescura, fasce per capelli come bende per gli occhi (al mattino non era carino trovare il mica-tanto-timido raggio di sole a darti il buon giorno...).
Fette di melone arcobaleno a gogò.
Gatti che s'infrattavano nel cuore della notte... sGATTaiolando furtivi fino a... pisciare sui cuscini.
Mandorle e cocco sotto l'ombrellone.
E scacchi (cui sono stata battuta ben due - e sottolineo: DUE - volte da Don Juan) sempre sotto il suddetto ombrellone.
Serata di movida ora qua ora là (da Gallipoli e Lecce, dal Manzanarre al Reno.... a propo, voto fortemente Gallipoli per movida, bellezza e foltaggine di gente e botteghe, seconda Castro marina - per meriti friggitorici e gelateschi, oltre che per panorama - terza Otranto, penalizzata per i prezzi un pochetto esosi, e il lieve snobismo. Fuori categoria Lecce, bella, in tutte le stagioni dell'anno....).
Gli spaghetti al sugo di tonno, con replica; alterati sinfonicamente ai panini (al tonno pure quelli; tranne l'ultimo giorno, dove per ribellione si è giunti al compromesso: prosciutto crudo e pomodoro + insalata e svizzero...).
Mare gradatamente in chiave ventosa, dal forza sette a forzaaaaaaaaaaaaaaaa
si giocava come bambini fra le onde, a fare Geronimoooooooooooooo, si correva (che fatica) e si zompava di pancia, di schiena, ora sotto, ora sopra...
poi, infine, si è tornati a casa. Troppo presto, a mio parere. Mi ero ambientata troppo bene a far niente nella grande e bella casa salentina... tanto che mi è presa una malinconia acuta. Mui, mui tristesa. Acuta come il piccio di un bambino che vuol andare sulle giostre e il papà gli dice "Nu". Acuta tanto che i miei compagni di viaggio l'hann scambiato proprio per piccio propriamente femminile e inspiegabile. Infatti, neanche io sapevo spiegarmelo. Mui mui tristesa.
Ma l'estate non è finita. E nemmeno la vacanza. Forse.
LA CANZONE DEL GIORNO: Enjoy the silence, che Le insospettate conoscenze cinematografiche & co mi costringe a cantare sempre più spessoe per di più... in pubblico! mancava solo il cappello rovesciato, in spiaggia...
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