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    April 28

    Angela e il suo letto - parte 3 - TRAUMA

    Terza e ultima (per vostra gioia) puntata della saga lettereccia.
    ma prima... ma perchè i caratteri oggi li vedo più spessi?
    tipo grassetti? cos'è, s'è instaurato un grassetto globale?
     
    Per la cronaca, e per velocizzare i tempi tragicomici, da quel letto mi ci alzai.
    E la domanda è: come. Alla cita-tarzanesca maniera. dunque, di fianco al letto c'era una sbarra verticale, in cima alla quale si appendono le sacche della sopravvivenza (fisiologiche, glucosate, antodolorifici... memo: quest'ultimi mi furono sconosciuti): siccome che mi ero scocciata di chiamare sempre le infermiere per ogni minima cosa, e soprattutto per dimostrare a me stessa che l'indomani sarei egregiamente riuscita a mettermi in piedi (memo: mi si profilava la dimissione), con delle manovre che ovviamente non consiglio a nessun degente e avvalendomi della suddetta sbarra con la suddetta tecnica, riuscii a metermi seduta a letto. Poi a raggiungere la sedia. infine a costringermi a mangiare la broda.
    Mangiare, ovviamente, è un eufemismo.
    Sì, mi guaravo intorno, seduta, e consideravo "sono proprio forte, ieri mi hanno operata, e oggi mi sono alzata dasola". Però no, non mi sentivo per niente bene. La pancia gonfia, e ora impegnata nel difficile compito di ricordarsi come si digeriscono le molecole semplici della broda, non mi rendeva il gioco facile. Sulla sedia resistetti poco. Guadagnai nuovamente il letto.
    Qualcosa mi diceva che alle 12,30 avrei ricevuto visite. E con l'aspettativa descritta nelle precedenti puntate, aspettai. E così mi addormentai. A un certo punto squillano le trombe e fa il suo ingresso trionfale le insospettate-conoscenze-cinematografiche-&musicali col suo seguito. Ora, è risaputo che per alleviare l'umore degli allettati ospedalieri ci voglia un qualche svago ad hoc. Questo svago ad hoc fu considerato un libro, intitolato TRAUMA.
    Fu altrettanto traumatico scartare il regalo, ma, la futura reumato-psichiatra che è in me ha apprezzato la volontà di darmi la possibilità di approfondire in me certe conoscenze "traumatiche". Quindi ovviamente lo ringraziai del previdente, lungimirante (e futuristico) e generoso pensiero.
    Col beneplacito del muro, che ben nascondeva i miei visitatori agli occhi indagatori delle infermiere che pattugliavano il corridoio, i suddetti rimasero a compiangermi per la bellezza di 2 ore.
    Il resto del tempo fu un'autentica tortura. Dopo aver suonato ben tre volte, e rotto altrettante scatole per le rispettive volte all'infermiera di turno, implorai una compressa di tachipirina. Ma non fu risolutiva. Alle 17,30 arrivò il colpo di grazia: la broda della sera. Quella che mi mise definitivamente al tappeto.
    Ero, allora più che mai, un pallone aerostatico in procinto di levitare dal letto. Ero talmente gonfia, che non sapevo quale punto del mio corpo non fosse affetto da dolore. Bestemmiai in ogni lingua a me nota e ignota, e giurai e spergiurai che giammai mi sarei fatta operare di nuovo. Piuttosto che fare un cesareo, a dio piacendo, non faccio figli.
    O almeno, così mi dissi in quelle ore.
    Alle 18,30 ci fu l'invasione dei successivi visitatori. Pare strano, ma il dolore si distrasse un pò.
    Seguì un'altra santa nottata con mamma affianco, insonne pure lei, povera donna. Mano nella mano.
    Nelle ore buie, sorpresa: perdevo sangue dagli orifizi naturali dei piani di sotto. Ovviamente, ci fu un'agitazione di massa. Al mattino il mio fatidico dottore mi disse che no, era normale: lo stress operatorio può stimolare un flusso mestruale.
    A parte la sorpresa medica, che fa cmq bagaglio culturale e professionale, immaginate la sorpresa pazientesca, nel sentirmi non solo post-operata ma anche mestruata.
    Nel mio paese c'è un detto che il mio saggio padre ripete sovente:
    "Tutt i uèè o chen mazz"
    che tradotto significa:
    Tutti i guai al cane smilzo
    Che suona un pò come: piove sul bagnato.
    Sì, ricordate bene: quella mattina dovevano dimettermi. Ma, stando così le cose, un altro giorno in ospedale (broda permettendo) non mi avrebbe fatto male. Così la pensavamo noi, e così la pensava anche il dottore. Ma così non la pensavano tutti gli altri: arriva il primo "tu oggi te ne vai" "E ma..." "No: te ne vai".
    Così una serie di personaggi tra cui il fantomatico medico del giro visita (oso prendermi una decina di punti interrogativi sulla dizione "giro" associata a "visita"). Così le infermiere. Alla fine arriva una che mi consegna, con candido sorriso di accompagnamento, il cartellino di dimissione.
    Allora è deciso, mi dico. Ora, con tutot ciò che si è fin qui detto, non penserete mica che morivo dalla voglia di restarci in quell'ospedale. Insomma, manco a pagamento. Ma non mi sentivo neanche così in forma da... vabbè, mi dico, me ne devo andare? E me ne vado, qual'è il problema. tanto, peggio di così...
    Chiamo papy. In capo a due ore sono a casa. Durante il tragitto ho avuto modo di appurare due cose:
    1) per uno che c'ha "l'addome traumatizzato" quei milioni di rallentatori che ci sono intorno all'ospedale sono davvero un toccasana, che ti fa ricordare bestemmie che non sapevi di sapere.
    2) i buchi, mi correggo: i gran canyon che si aprono per le strade del mio amato paesucolo ti fanno ricordare le bestemmie di cui sopra, in lingue che non sapevi di sapere.
    Ogni amministrazione si raccomanda di tapparli. Da che sono in vita, sono una specie di istituzione comunale: c'erano, ci sono, ci saranno.
    I buchi delle strade di Turi sembrano volerci ricordare una cosa: che almeno certe cose restano, e non cambieranno mai. Ci sono certezze a questo mondo, contrariamente a quel che si pensa, a cui possiamo saldamente ancorarci.
    Casa, finalmente casa...
    mi attendevano giorni di dolore... di miglioramenti però, anche. Ogni giorno andava meglio del precedente, e peggio del successivo.
    Ma la sorpresa, la vera sorpresa doveva ancora farsi attendere: a una settimana dall'intervento mi vengono levati i punti. mi doleva la regione ombelicale, dove di fatti c'era infezione. Una cosa che può capitare molto frequentemente. Una probabilità. E che ovviamente a me, che sono una donna che onora tutte le statistiche, è successa. Sembro la realizzazione vivente della legge di Murphy:
    Se qualcosa può andare storto, lo farà.
    Onorata di tale vivida e multipla, e infinita esperienza, a distanza di qualche giorno devo anche assistere alla mia autonoma scena horror: non la descriverò nei dettagli, sempre per il rispetto che ho per la vostra assimilazione del cibo, ma il risultato fu che mi si era infettata anche un'altra ferita. Anche questa era una probabilità. E l'ho colta in pieno. Non mi risparmio nulla io.
    Dopo giorni di allettamento solitario, che hanno preso tutte le vacanze pasquali e oltre, ho constatato che:
    sì, molta gente mi vuole bene
    e proprio perchè ti vuole bene, forse, fa in modo che nei tuoi momenti peggiori, proprio in quelli in cui avresti bisogno di loro... loro non ci siano.
    No, signori, la morale finale e definitiva di questa storia, che non è nient'altro che una storia, è che alla fine solo noi sappiamo, dentro di noi, cosa siamo, di cosa abbiamo bisogno, e cosa proviamo. Gli altri possono provare a capirlo, possono tenerci la mano struggendosi per noi. Ma in realtà non sono noi. Ognuno, in questo, non è nè più nè meno che solo.
    No, non è un pensiero pessimistico. No. E' la realtà. In fondo a me non è successo niente di che. Ho romanzato e raccontato questa storia, non lesinando i particolari, perchè facendomi portavoce di tutti i laparoscopizzati, o della maggioranza statistica che ha fatto un'esperienza simile alla mia, ho giudicato inetressante farlo. Ma la realtà è che abbiamo paura, ancora oggi, del dolore e della morte, ed è logico, forse, essere così cinicamente egoisti da dimenticare quanti soffrono ogni giorno, per pene molto peggiori della mia. Anch'io lo sono stata, ovviamente.
    Una paura che forse dovremmo imparare ad esorcizzare, come fanno le culture orientali. Invece di esportare il nostro orrido e decadente stile di vita che ha come corollari: fobie, dipendenza, infarto e violenza gratuita, dovremmo noi imparare che tutto è transitorio. Niente, neanche il nostro corpo, ci appartiene.
    Cos'è? vi siete ammutoliti? vi state chiedendo se ho finito la scorta di risate? Perchè è così che vi piaccio, giusto?
    Risate. Risate. Risate.
    Ho riso molto nel mio letto. Provate a farlo anche voi, tenendovi l'ombelico infetto.
    Se ce l'ho con qualcuno? No, che motivo avrei? Ho già spiegato che non c'è nulla da aspettarsi. Tutto ciò che ti arriva è gratis, è una sorpresa.
    Smettetela di leggere adesso. La storia è finita. Non sarà mica un "trauma"?
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: Hot&cold, di quella Katy Perry che piace tanto al mio neo-palestrato fratello
     
    April 21

    Angela e il suo letto - Parte 2 - Tutto il resto è.... cocomero.

    Riassunto brevissimo della precedente puntata: Mi si operò. Con grandi colpi di scena (ahahah) soprattutto anestetici; dopo una mattinata a base di calma e ragionevolezza ("E se mi bucano accidentalmente un'arteria importante? E se mi tranciano, non volendo, un nervo fondamentale? e se mi perforano, senza accorgersene, l'intestino, o la vescica, o che ne so... E se mi sbagliano l'anestesia e non mi sveglio più? E se si dimenticano una pinza, una garza, una sonda...? E se mi graffiano il peritoneo e si formano aderenze che poi mi provocano complicanze, e magari fistole, che ne so...?E se..." così, fino alle 9-zero-zero, quando cioè mi chiamano, e oltre, fino alle 9-e-trenta quando mi portano in sala operatoria), Dopo mille peripezie ospedaliere, mi si opera. Mi si tira fuori l'uovo di pasqua. Mi si richiude. e Mi si sveglia.
    "Fatemela vedere" con un filo di voce, la sopravvissuta rediviva disse.
    E mi fu mostrato un ammasso ripiegato di pelle lucida e screziata di rosso. Giacchè questo era: pelle. Pelle cresciutami nelle ndrame della mia pancia, azzeccata all'ovaio sinistro. Pelle ectopica, che in gergo tecnico significa: che non c'entra un cazzo là dove sta.
    Un teratoma maturo. E bello maturo, aggiungerei: maturo come un melone a prova che dopo che lo provi dici "Ok, è proprio bell'e maturo". Maturo come un casco di banane che parte verde dall'amazzonia e arriva giallognolo al fruttivendolo dell'angolo (NB: tripla rima in cinque parole... questa è arte signori...). Bello maturo come un cocomero. Tondo. Tondo. Che voleva giustamente essere il più maturo del mondo.
    E qui ci eravamo lasciati: voi spaparanzati davanti al monitor del pc, a cecarvi gli occhi per cercare di leggere queste importantissime parole che vicosteranno qualche diottria (non accetto parcelle di oculisti, tantomeno di ottici) e io, stesa sul lettino nella sala operatoria, appena svegliatami dai miei fumosi (e dimenticati) sogni anestetici coi ramarri verdi che danzavano e saltellavano tutt'attorno, con le loro belle cuffiette disegnate. Ma viva. Ero contenta perchè era già finito tutto. Ma lo fui per poco.
     
    parte 2. Tutto il resto è... cocomero.
     
    Ricordoche la primissima sensazione, appena fui cosciente, fu di nausea. Pensai "Mò svengo". E' vero, ero sul lettino; ma perchè, si sviene solo in piedi? Cmq in certe circostanze mi sforzo di contrastare certe sensazioni, e riuscii a tenermi vigile
    Mi sentivo molto debole però, questo sì, e ricordando la mia occasionale compagna di stanza del giorno prima mi dicevo "mah, quella se ne venne in camera tutta arzilla e paciosa... mah".
    Già nel tragitto dalla sala operatoria alla camera (appena fuori mi attendevano mamma e papà, bianchi un cencio per l'ansia, nonostante la famigerata tintarella di mio padre da "mare a filari a filari", come lo chiamiamo noi popolazioni tribali sudiste dedite alle attività agricole) il mio corpo cominciò a scordarsi dell'anestesia e a ricordarmi "Uagnè, ca mù-mù t'avonn apiert e akius arret"
    che tradotto significa:
    "Giovane donzella, (non dimenticar) che or ora ti hanno aperto e richiuso nuovamente"
    Già. Non dimenticar. E per non dimenticare, cominciai a provare dolorini, ma proprio ini, dalle parti del basso addome. Giunta in camera, il dolore era così lieve, che presi a smaniare "FATEMI L'ANTIDOLORIFICO!!!!". Un'infermiera giovane, poverina, si ritrovò costretta a colelgarmi alla flebo una boccettina di paracetamolo. Tachipirina, per intenderci, Quando vidi la boccettina, cominciai a presagire la mia sorte delle prossime ore.
    Di lì a pochi minuti, infatti, il mio ramarro verde preferito, il mio ginecologo cioè, venne in camera e s'adombrò. M'intimò di non fare altre boccettine di tachipirina, perchè me ne avevano già fatte due in sala operatoria, e che siccome che avevo perso molto sangue e rischiavo ancora di avere altre emorragie per via della "diatesi emorragica" (avevo cioè dimostrato una spiccata reticenza del mio sangue al voler coagulare... che volete, mica lo si può costringere, se non vuole coagulare non coagula) non dovevo fare alcun antidolorifico. "mettiti il ghiaccio sulla pancia, se proprio proprio non resisti, allora fai la tachipirina".
    Il ghiaccio sulla pancia.
    IL GHIACCIO SULLA PANCIA?
    Cioè, fatemi capire: mi aprite, mi tirate fuori le ndrame, mi fate perdere litri di sangue, mi richiudete coi punti dovuti al caso... e io devo tenermi i miei dolori... col ghiaccio sulla pancia?????? Ero così stranita che non ci volevo credere.
    "No... - mi dicevo - non è possibile... è un incubo... no..."
    Invece era tutto vero.
    Vero come il fatto che, debole che manco riuscivo a sollevare il braccio, non potevo neanche mangiare; perchè cmq il primo giorno, ovvero giorno zero, non si può. Così, mi son fatta quei bei succosi due litri di soluzione fisiologica, che ve li raccomando proprio... sìsì, ma li sogno la notte proprio...
    Le mie prime 24 ore da "vera malata ospedalizzata" me li son fatti così: legata al letto, connessa da un lato alla flebo, dall'altro al catetere (che cmq ho parzialmente benedetto.... perchè, debole e accippinata di dolori come stavo, come diavolo avrei potuto alzarmi per andar al bagno?) e per giunta immobile. Primo perchè effettivamente ogni movimento era nefasto, specialmente se accennavo a mettermi sul fianco. Secondo perchè se restavo immobile i dolori eran più sopportabili, con la tavoletta del ghiaccio spiaccicata sulla pancia.
    Di minuto in minuto, una preoccupante situazione andava aggravandosi: ciò che vado a dire di seguito può essere foriero di rigetto del contenuto gastrico, sicchè, ansiosa per la vostra assimilazione del cibo, ho pensato di richiudere nel riquadro i dettagli truculenti; indi per cui, gente che avete lo stomaco debole, zompate a piè pari il riquadro, gente che amate gli splatter e ve ne fate un baffo dei dettagli truculenti, leggiate pure.
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    Il mio intervento di laparoscopia constava di tre perforazioni: una a livello dell'ombelico (solo a pensarci mi dico "ahia") per farci entrare una sonda, gli altri due, uno in direzione dell'ovaio incriminato, l'altro diametralmente opposto (per far che, non lo so, ma cmq c'ho il buco). Parte essenziale dell'intervento era l'insufflazione di anidride carbonica nell'addome, per rendere più visibili i visceri; per metterli in evidenza all'occhio del ramarro verde, insomma; quando si richiude il malcapitato ovviamente parte di questo gas resta in addome, e pian pianino, col tempo (che al malcapitato appare eterno) viene assorbito - nota fisico-chimica: la CO2 è una molecola piccola e senza carica netta, che quindi attraversa le membrane tranquillamente... ma le ci vuol il tempo che ci vuole, poveraccia - ed eliminato con la respirazione e altri mezzi. Nel frattempo che sta là, però, ti gonfia la pancia come un pallone aerostatico, quindi ti esalta i doloretti che già hai per conto tuo nelle parti disastrate, ti dà la nefasta sensazione che da un momento all'altro ti saltino i punti delle ferite e ti esploda l'addome, e sopratutto ti evoca un dolore riferito alla spalla sinistra - in realtà, a me tutt'e due. Un dolore talmente acuto e insopportabile da esser assimilabile a quello dell'infarto cardiaco. Ora, ghiaccio e caro, questi dolori globali mi facevano impazzire. Tanto più che non potevo nemmeno muovermi. Ovviamente nella mia mente deformata dagli ultimi eventi cominciavano a farsi strada le ipotesi più azzardate: e se c'ho una peritonite... che ne so.. magari gassosa? e se mi sta venendo veramente un'infarto? E se mi viene una trombosi, un'embolia... magari è in atto, e io confondo i dolori, e nessuno se ne accorge, e muoio...".
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    Sono un essere molto fantasioso lo so. Certe persone dovrebbero non essere candidate ad operazioni di qualunque genere. Ma neanche all'ospedalizzazione.
    Ad ogni modo, arrivò la notte. Per fortuna mia mamma rimase con me, azzeccata al letto, povera donna, a tenermi la mano.
    L'unico sfogo che potevo permettermi era la lamentazione. E chiamare tutti i santi che ricordavo, e Gesù, e tutti nomi delle persone che mi venivano in mente. Avevo sonno, ma quei dolori avrebbero tenuto sveglio anche un diabetico (la cui soglia di sensibilità è più alta del normale); non ne potevo già più. verso l'alba mi addormento, dopo aver implorato una boccetta di tachipirina.
    a giorno fatto, insofferente per tuti i tubi da cui dipendevo, comincio a dire: levatemi l'ago! levatemi il catetere! ho fame, ho sete..."
    Una lagna insopportabile.
    Decisamente, il ruolo della paziente non mi si addice.
    Per fortuna passa il mio adorato ginecologo che mi dice "sì, sì, via tutto; ehi, che tu domani ti devi alzare e andare a casa"
    Ok sul levatemi tutto... ma, andare a casa? Manco mi riuscivo a sollevare la testa dal cuscino... andare a casa???
    Cmq, già fu un sollievo ottenere che mi levassero l'ago della flebo, giacchè l'impossibilità di far grandi movimenti col braccio destro, mi faceva venir un male cane... (come se ne avessi avuto bisogno)... sul catetere fui un pò meno contenta, primo perchè mi sarebbe toccato di andar al bagno sulle mie gambe, levandomi dal letto eccetera, secondo perchè... beh, se non avete mai avuto un catetere, non potete sapere cosa si prova quando lo levano. Ricordo, cmq, che ringraziai Gesù Cristo, la Madonna e Dio per avermi fatta donna, con la mia uretrina tascabile, che se nascevo maschio, con la versione extralarge (a voler esagerare; che, si sa, le taglie medie non sono poi così... generose, diciamo. Senza offesa al pubblico maschile che si sente fuori dalla media, eh) allora sì che erano santi dolori... cmq, ringraziai anche perchè l'inserimento era avvenuto sotto anestesia. Che sennò.... mò me lo facevo mettere il catetere.
    Devo ammettere anche, che fui sollevata di vedermelo togliere. Perchè purtroppo per tutte le precedenti 24 ore avevo tenuto in testa e davanti agli occhi il faccione fumettistico del mio professore di microbiologia che della microbioloia aveva spiegato un quasi niente, ma che ci aveva tenuto a farci entrare in zucca che: "le infezioni ospedaliere sono frequentissime, e le più frequenti in assoluto sono quelle urinarie da catetere... "
    Ero quindi rimasta sveglia con questo pallino dell'infezione delle vie urinarie, anche grazie al mio prof. Che possa ricevere tutte le benevole benedizioni che gli ho mentalmente inviato quel giorno.
    Un'altro pallino di quei giorni erano le piaghe da decubito. Siccome mi toccava star immobile per tutta la sacrosanta giornata, cominciai a chiedermi da che momento si rischiava di farsi venire le piaghe da decubito. Sicuramente non poco; questo, razionalmente, lo sapevo. Il guaio, signori, è che una persona dotata della mia immaginazione ha bisogno di molto poco, ma davvero un nonnulla, per costruire nella mente sensazioni orripilanti... già sentivo sotto il sedere schiacciato tra il materasso e le ossa, l'immobilità del sangue che prendeva a stagnare, a coagulare, a dispetto della maledetta diatesi emorragica che mi costava i santi dolori, a far marcire e necrotizzare le mie povere chiappe...
    Per fortuna che quella mattina mamma aveva pensato bene di tornar a casa " a rinfrescarsi", diceva lei. Ma piuttosto " a dormire". Per fortuna perchè chissà come mi avrebbe paraculata per queste storie...
    Un'altra cosa che si nota stando in ospedale da paziente è quella cosa che hanno in comune Schopenhauer e Franco Califano, ed è opportuno ricordare che no, il Califfo non mi risulta abbia scritto trattati di filosofia, sebbene mi risulti esser stato beneficiato di una laurea ad honoris causa in Filosofia (milioni di punti interrogativi intervallati da eclamativi) in america (grande paese, l'america), d'altro canto no, Schopy non mi risulta avesse un insaziabile appetito notturno, di qualsivoglia natura...............
    e perciò la cosa di cui parlo è: la noia.
    Mortale, devastante, angosciante, irriducibile, incontrastabile, implacabile
    noia.
    Ti vien in mente di tagliarti le vene. Così, per far qualcosa di diverso e interessante.
    Impari a memoria ogni dettaglio delle pareti e del mobilio. Che cmq, si sa, l'ospedale non ne ha in abbondanza.
    Impari a memoria tutti i nomi dei tuoi conoscenti che scorri febbrilmente e quasi autisticamente ogni tre secondi in rubrica, nel cellulare.
    Impari a memoria qualunque cosa ti capiti di vedere e fare in giro.
    Non puoi leggere. Non perchè sia vietato, ma semplicemente perchè in primis non puoi adottare la posizione consona alla lettura, in secundis non ti va di leggere: scorri due frasi e il cervello va all'addome gonfio, al dolore... e le piaghe da decubito... non ti concentri.
    Non puoi chiacchierare con nessuno! Perchè nessuno sta senza un cazzo da fare per star incollato al telefono a farti passar il tempo, e soprattutto nessuna infermiera non ti manderebbe male se le dicessi "la prego, stia un pò qui con me... facciamo due chiacchiere..."
    In quel momento pensi: qualunque faccia si affacci alla porta è benvenuta. Anche quella del più cazzone antipatico.
    E di conseguenza adocchi l'orologio digitale a muro di fronte al letto che ovviamente non va avanti. Se lo stai a fissare sempre, no.
    La visita delle 12.30 diventa il miracolo salvatore della giornata.
    Ma prima.... prima c'è il succulento pranzo. Alle 11,30.
    Il vassoio è lì, con la pastina in brodo e la mela cotta che, invitanti come un coro di sirene di ulisse, ti chiamano dal tavolo a un metro dal letto. Ma tu sei,appunto a letto, con una samsonite piena di co2 al posto della pancia, milioni di dolori lancinanti, e l'emoglobina a terra per la debolezza... e devi alzarti. Alzarti per mangiare. Mangiare per sentirti più forte. Sentirti più forte per camminare che domani esci da quell'odioso noiosissimo ospedale.
    E in tutto ciò devi portarti in giro il pallone aerostatico. E cambiare posizione...
    E dovresti chiamare l'infermiera per farti aiutare, ma di spingere il bottoncino rosso, ti spingi proprio, perchè non ti va per niente.......
    Riuscirà angela ad alzarsi dal letto e ingurgitare il nettare degli dei che la renderà un essere quasi umano e deambulante?
     
    lo scopriremo nella prossima puntata.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: bò. a piacere vostro.
    April 17

    Angela e il suo letto - parte 1 - Gli allegri ramarri verdi

    Tanto per ribadire il concetto: sono viva.
    E colgo l'occasione per ringraziare di cuore tutti quanti si siano prodigati per non farmi affatto pesare la degenza, e alleviarmi le dolorose lamentazioni post-operatorie... grazie infinite perciò a tutti quelli che si son degnati di venirmi a vedere la cera, o di chiamarmi ogni punto e momento... che son venuti a trovarmi a pasqua e pasquetta....
    lasciandomi, perciò a marcire ed ammuffire io, da sola con me stessa, facendo sempre più conoscenza col mio letto. Angela e il suo letto.
    A pasquetta c'è stata la variante sul tema "angela e il suo letto... e la tenda". Sì, perchè avevo due cuscini dietro, e riuscivo a vedere la tenda arancio etnica. Ho inventato un nuovo svago "contare le strisce della tenda". Non molto efficace devo dire, ma era qualcosa.
    Questa solitaria avventura è iniziata più di una settimana fa.
    Come ben sapete (se avete letto i post precedenti) dovevo operarmi per via di un tumore all'ovaio sinistro (forse ho detto il destro in altre occasioni... ma cmq era il sx). Quindi martedì 7 mi son ricoverata per far analisi ed esami vari ed eventuali. Appena arrivo, mamma mi fa mettere la divisa del malato: pigiama e pantofole. Sinceramente la cosa mi seccava un pò. Insomma... non ero malata! cioè, non mi ci sentivo, almeno.
    Manco arrivo, e le sanguisughe mi tirano quattro belle succose fiale di sangue. Poi l'elettroshock... ehm, no, quello me l'hanno fatto da piccola... volevo dire l'elettrocardiogramma. poi le urine... accccccc... ero appena andata in bagno, e... che volete, sovrappensiero l'ho fatta. L'infermiera ancora studentessa si smangiucchia un pò le unghie, poi, dopo gran conciliabolo con l'ostetrica e altre due infermiere, si è risolta in un "ok, allora le facciamo domani". perfetto.
    Mi gironzolo per la stanza. La mia occasionale compagna di stanza monouso è giù, operata per una cosuccia da niente. Con l'anestesia totale però. Provo a leggiucchiare. Alle 11,30 portano il succulento pranzo: riso in brodo. O dovrei dire: riso in acqua lievemente tendente al giallino. Già mi sento malata.
    Alle 16 circa, appena svegliatami dalla pennichella post-prandiale, sento urlare in corridoio (quel luogo franco dove non esiste giorno e non esiste notte):
    - CHE SIGNIFICA CHE HA "VENT'ANNI"? SEMPRE NA PAZIENTE è...... -
    io e l'occasionale compagna di stanza (che nel frattempo era tornata, già sveglia e arzilla) ci guardiamo con un "mah".
    Dopo neanche un minuto sbarca in camera un'infermiera: "Girolamo! a fare la lastra al torace, su!"
    La cosa è stata così repentina che mi scordo di levarmi il reggiseno.
    "Lo sai dov'è la radiologia?"
    "vera,mente no..."
    "Visto?" fa, con occhiata eloquente alla collega "Io voglio sapere mò come doveva fare questa (io) ad arrivare alla radiologia da sola... "
    Una pietosa inserviente mi accompagna (di palese malavoglia).
    Arrivo là e una signora attempata con un vistoso biondo platino in testa mi fa, ridacchiante: "Girolamo, e com'è? Non ci sapevi arrivare da sola?"
    La guardo allibita. la lastra si fa, e senza tanti complimenti un altro inserviente mi accompagna su.
    Mah, mi dico, questi c'hanno le beghe loro e le vogliono scontare su di me?
    Poi arriva il momento delle firme: mi danno prima i fogli del consenso informato sulla laparoscopia: lo leggo perbenino tutto tutto, pure le postille e le frasette piccoline. Ma nessuno mi dice niente. Sul foglio in realtà c'è scritto "dichiaro che il Dr tizio mi ha spiegato perbenino a puntino tutto l'intervento, che io gli ho fatto le domande e lui mi ha risposto, eccetera". Ma io il foglio l'ho letto da sola. E nessuno mi ha spiegato niente. E per fortuna che ho studiato cos'è una laparoscopia, sennò mi sentivano... così firmo.
    Poi mi chiama l'anestesista. Qui non è d'uso presentarsi ai pazienti. N'altro poco manco ti guardano in faccia. "scusa se esisto", mi vien da dire.
    Questo essere ignoto, di cui so solo che è un anestesista, mi fa uno sterile fuoco di fila, che sembra di essere dal salumiere "quante fette? va bene così?". Anzi no, scusate. Il salumiere a volte ti fa battutine e ti chiede della famiglia o cose così. Qui non è d'uso.
    - E' diabetica?
    no
    - Ipertesa?
    no
    - E' allergica a qualche farmaco o sostanza?
    no
    - Firmi qui e qui, prego.
    PREGO? Il signorino non si presenta, non mi guarda in faccia, non sa nemmeno che cos'ho... e mi da il foglio bello bello che glielo devo firmare su una "anestesia totale"??? Vi giuro che l'ho guardato per un lungo minuto allibita e immobile.
    Lui se n'è accorto e aquel punto mi ha sorriso. "che ti sorridi? imbecille!" ho pensato. Poi mi son detta "uè, angelì, che se qua ci mettiamo a far questione, questo poi ti prende sul naso e chissà come te la fa poi l'anestesia...". Quindi zitta, muta... e firmo. Il consenso muto e disinformato. Tra me e me mi dico "mò che vedo il dottore, quante gliene devo dire..."
    Torno in camera, e la mia occasionale compagna di stanza m'informa che mi hanno portato la cena. Sono le 17,30. "la cena??? no, non è possibile, sarà la merenda...". Una merenda a base di riso in bianco, con sporadici frammenti filifomi di pomodoro, che ho molta cura di evitare. per pietà di me stessa prendo la mela e la metto da parte. "Così se ho fame dopo...". me la mangio verso le 21.
    Leggo un bel pò del libro che mi son portata. verso le 23 mi decido a spegnere. "Che domani non si sa come andrà...".
    Non riesco a dormire però. penso. Al tumore che mi sono cresciuto e pasciuto in tutta pace per chissà quanto tempo; alla faccia del ginecologo che mi ha visitata in mattinata commentando "ammazza quant'è grosso" e spalmando per mezz'ora il suo considerevole naso sul foglio degli esami dei markers tumorali (negativi).
    Penso alla mia occasionale compagna di stanza che oggi l'hanno operata e domani esce. Sta meglio di me. Penso "allora sarà una cosa rapida e indolore. che ci vuole?".
    la notte dormo abastanza bene. Ma verso le 4 mi sveglio. Penso che devo ricordarmi di far la pipì nella provetta. Cò sto pensiero della prima pipì mattutina, m'addormento più o meno fino alle 5, quando, vuoi o non vuoi, mi scappa: allora mi alzo, e dico "O, facciamola, e togliamoci il pensiero". Infatti, fattala, si può dormire decisamente meglio, fino alle 7,30 circa.
    poi, vuoi o non vuoi, ti buttano giù dal letto. E solitamente, non vuoi.
    Purtroppo devo restar digiuna, perchè mi aspetta una giornata coi fiocchi, a base di succulenta anestesia totale.
    verso le 9,00, dopo che ho misurato a passi tutto il pavimento della stanza e mi son torturata le mani, mi chiamano. mi stendo nel lettino, e saluto con la manina l'occasionale compagna di stanza in procinto di andarsene.
    Mi parcheggiano in corridoio. In ogni dove ci sono donne e ragazzine con tanto di airbag-pancione, che mi squadrano e mi guardano dall'(ovvio) alto-in-basso. Sembrano pensare "cosa ci fa questa intrusa qua? non è mica incinta? è fuori del club...". Resto parcheggiata in corridoio per quasi mezz'ora. Ad un certo punto chiedo a un'infermiera "scusi, ma c'è il dottor dell'aera?"
    "Sì, è già giù che sta operando" mi fa "Ma cos'è, è lui il tuo dottore?"
    "Sì"
    "e non ti fidi di nessun altro perchè pensi che siano tutti scarpari?" (Scarpari = gente non molto avvezza a condurre il mestiere per il quale è cartaceamente qualificata)
    "Sì, è così" rispondo.
    "fai bene" mi dice quella.
    "stiamo apposto" mi dico "stiamo proprio apposto". Tra me eme penso che se non vedo Dell'Aera, col cavolo che mi faccio operare. Consenso e tutto, me ne vado.
    Sono momenti di puro panico. Penso che in tutto questo tempo, in tutto il tempo trascorso tra la diagnosi e ora, non ho mai pensato neanche per un momento all'operazione. Cioè sì, vagamente... ma in realtà non ho pensato realmente a quello che mi capiterà... non ho pensato al fatto che mi bucheranno la pancia e ci metteranno cose dentro. Cose che mi auguro si ricordino poi di togliere.
    Arrivano. Vengono a prendermi. "E' troppotardi, penso, troppo tardi per scappare". Sì, penso proprio che se avessi atteso 5 minuti ancora, me ne sarei scappata. Con tutto che ero mezza nuda sotto il sottilissimo lenzuolo (la pudicizia diventa un fattore secondario, talvolta).
    Mi guardo i soffitti dell'ospedale mentre esco dal reparto. Mia mamma e mio papà si erano messi a spiare dentro dagli oblò, e facevano odiosi segni con la manina, come se stessero esortando il pescetto nell'acquario a far qualcosa di buffo. Esco e mi stringono la mano; sono tesa, ma santo cielo loro mi tendono ancora di più! li liquido con 2 smorfie e un "state tranquilli, non è niente".
    altri soffitti. Mi vengono in mente le scene finali di Carlito's way, quelle in cui lui, sparato a morte, viene trasportato in ospedale e si guarda i soffitti, appunto. (In mancanza d'altro, che - dicono - sia foriero di discreta fortuna, faccio corna sotto il lenzuolo) Mi vien davanti agli occhi anche l'icona verde dell'exit. e penso "sì, ma gradirei uscire dall'entrata principale, grazie. Avrei ancora delle cose da fare quassù, sulla Terra...".
    Eccoci: la sala operatoria. Brulica di ramarri verdi con le cuffiette colorate.
    Arriva un'anestesista, rubiconda e gioviale. Ridendo e scherzando, M'incannula una vena con grazia. Entro nella mia vera e propria sala operatoria. Un altro anestesista mi da corda. sembra che la parola d'ordine sia "ridi e scherza, che tanto sei su candid camera". Peccato che sul lettino ci sto io.
    "che fai?"
    con la voce più tombale che mi riesce "studio"
    "che cosa?"
    "medicina" (un tono sotto)
    "che anno"
    "sesto" (tre toni sotto)
    "apposto!!!" scatta la risata corale "mò, diamogli un bisturi a questa, che si opera da sola...."
    Intanto il dottore ancora non si vede. Io penso "che mi frega che sto nuda? Io mi alzo e me ne vado, perchè le pinze addosso da un altro col cavolo che me le faccio mettere...". Arriva un altro e mi fa, d'amblè "quanto sei alta?"
    Quanto sono alta? Vi giuro che in quel momento mi si sono confuse le dimensioni nella testa; non sapevo più cosa era basso e  cosa alto, e che numero dare...
    "Quanto pesi?"
    Quanto peso? ma sei scemo? un'altro pò non mi ricordo come mi chiamo, e tu ora, a due minuti dalla mia operazione ti ricordi di chiedermi quanto peso e quanto sono alta? ma poi, di grazia, COSA CAZZO CHIEDETE A FARE L'ANAMNESI? PER IL GUSTO DI IMBRATTARE CARTE O COSA? MA LI AVETE GLI OCCHI O QUANDO BUCATE UNA PANCIA SI GIOCA A MOSCA CIECA?
    Il panico a tremila è diventato panico a tremilioni; ed è diventato a tre miliardi quando lo stesso omuncolo scemo (che secondo me la divisa verde l'ha vinta ai punti Barilla) mi ha chiesto "sei diabetica". Lì giuro che a momenti saltavo giù dal lettino, gli azzannavo la giugulare e me ne andavo coi gioielli al vento. Menomale che l'anestesista muto del giorno prima mi aveva fatto l'anamnesi. Ma forse qua si usa così "L'anestenista chiede sempre due volte". Come il postino.
    Assodato che no, non sono diabetica, e no, nemmeno ipertesa, e no, neanche allergica (che io sappia: e a quel punto un sano avemaria non mel'ha risparmiato nessuno), è arrivato finalmente lui, il MIO dottore.
    "E' cresciuto ancora" mi fa
    " eh, lo so..."
    "ma possibile che non sentivi niente??"
    Dottore, e che vuoi da me? Mica è colpa mia....
    tempo 3 secondi netti da queste battute e io sognavo.
    Ora, c'è chi dice che in questi sogni artificiali si possano vedere cose strane. Forse l'aldilà. Sinceramente non ricordo proprio un bel nulla; ricordo solo che sì, sognavo qualcosa, e a un certo punto mi son sentita chiamare. E io, che dormivo placida e serena, ho pensato "Chi cazzo è che mi chiama... uffa.... ma si fa così? se uno vuole dormire? non si può..." Dopo un pò ho fatto mente locale. "Ah, è vero: mi hanno operata". Mi son sentita di svenire sul lettino, ma ho resistito; poi ho visto il bel faccione tondo e rubicondo del mio adorato dottore; diceva qualcosa; alla terza volta ho capito: diceva "Cisti dermoide, era una cisti dermoide"
    E io ho risposto "Lo so. Lo sapevo. L'avevo immaginato" e poi "Fatemela vedere"
    Il mio parto.
    Mio figlio.
    La cisti.
    Il teratoma bastardo che mi ha fatto crescere sedici centimetri e mezzo di diametro di pelle farcita di sebo e sangue nel cuore delle mie ndrame. Teratoma maturo, per fortuna, e quindi benigno. Di nuovo soffitti, exit... si torna in camera... mamma e papà, pallidi come non mai sembrano danzare intorno al lettino.
    "E' finita, cazzo" mi dico "Ero così preoccupata... ed è già finita".
    E invece ERA SOLO L'INIZIO.....
     
    End - part one
    to be continued....
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: Song to a siren, John Frusciante
    April 12

    Auguri

    Ho poco tempo, ma colgo l'occasione per far gli auguri di buona pasqua a tutti.
    Sono viva, ancora (e chi l'avrebbe mai detto?), l'intervento è andato bene e non smetterò mai di santificare e ringraziare il mio ginecologo che è stato il migliore di mia conoscenza. Anzi, voglio scriverne nome e cognome, dottor Leonardo Dell'Aera, il miglior ginecologo ed ecografista che Angela Teresa Girolamo conosca. Che è tutto dire. A lui, e a mia madre, che ha passato giorni e notti insonni al mio capezzale, un grazie grande quanto il sistema solare.
    In questo giorno, non posso far a meno, data la mia recente esperienza, di pensare a tutti quelli costretti per un motivo o per l'altro in un letto, a casa o in ospedale, costretti a ingurgitar pastina, senza neanche tanto gusto se c'hanno dolori, o peggio, legati a una flebo e un catetere, costretti ad aspettare quell'ora di visita di amici e parenti come fosse l'unica ora di vita in tutta la giornata. I miei auguri e il mio pensiero a tutti i malati e gli ospedalizzati che sis entono tagliati fuori dal mondo, e ai feriti e ai perenti dei morti in Abruzzo. Non sono molto brillante oggi, vero? lo so, scusatemi, non posso essere sempre al massimo.
    Ma sono viva, cazzo, e riesco a star seduta oggi. Cosa posso volere di più?
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: No one, Alicia Keys
    April 06

    Positivati

    Spero di essere breve.
    Stamattina ero in treno che andavo a Bari, e a un certo punto mi sento il sole che mi pizzica la retina, di trombetta, e, come ogni volta che mi succede, mi sento quella sensazione bella, quella specie di sensazione che ti vien da pensare"ma alla fine, che vuoi che siano i problemi? cavolate! vedi che bel tempo? vedi che bel mondo?. Tutto questo e altro condensato in una frazione di secondo di sensazione. E quindi mi son detta "positivati!". Da leggere sdrucciola, cioè con l'accento tonico su "ti".
    Non so perchè mi è uscita così; voleva essere un "positivizzati" (sempre sdrucciola) in forma contratta, tipo I'm invece di I am.
    E ' da ieri sera che mi gironzola in testa
    Positivati.
    E che cazzo.
    E va bene che le cose non vanno benissimo. Peroò non ti ci mettere pure a tu a peggiorarle. Dico io.
    Per esempio, oggi in stazione c'era un panzone di sammichele, che non faceva che sparare a zero su tutti, politici, medici, avvocati, l'amministrazione del mio paese... ora, non che simpatizzi per l'amministrazione del mio paese (anche e soprattutto perchè sono di destra), però, e che cavolo, ma sevogliamo star a vedere tutte le cose storte che ci sono, micro e macroscopiche, tanto vale che ci facciam dare tutti i buoni benzina e ci diamo fuoco. Un bel falò collettivo. Che neanche a San Giuseppe (che, poveretto, quest'anno è andata al bagnato).
    Non dico che non bisogna vederle, le cose storte, ma cerchiamo almeno di non affossarci nell'autodepressione. Che sennò per forza che poi ci si ammala, e allora dal medico ci devi andare per forza. Pure se è brutto, antipatico e mangione.
    Ieri sera mi son vista sto film che volevo vedere da anni, e che ieri sera è giunto il momento di vederlo. Big Fish.
    Non vi sto a dire la trama, perchè è troppo bello da vedere, non da raccontare. Dico solo che non è bello solo per il castone e il registone, ma per tutto. E quando dico tutto, dico tutto.
    Quello che però ti trasmette sto film (o almeno a me ha trasemsso) è una serenità di fondo. Che alla fine la vita che ci affanniamo a continuar a "preparare", come se fosse un'eterna cosa a venire, un tempo futuro indefinito, è fatta proprio dall'insieme di tutte quelle cose, piccole, impreviste, quotidiane, che fanno l'insieme.
    La laurea, ad esempio, non è il giorno di laurea, ma tutti i giorni passati, belli e brutti, a studiare o cazzeggiare, a ridere o piangere, a far gli esami o a rimandarli rodendocisi il fegato. La mia vita ora non è solo quei giorni bigi e grigi a guardar l'aria umida dalla finestra, a pensare "cazzo, un altro compleanno del cazzo", a dirmi che la mia ginecologa se la trovo con la renault 5 australopiteca di mio padre la metto sotto; e tutti quei giorni a dirmi "sono un'imbecille", l'unica imbecilla sulla Terra. E sono una sfigata perchè non ho quello quello e quello, e qperchè non corispondo ai canoni di bellezza del mondo mentale cosmico che la pubblicità le riviste la tv ti ficca sotto il naso tutti i santi giorni; e non sono come quelle sventole che il tuo tipo si imbambola a guardare afasico, come fossero il pendolo dell'ipnotizzatore (un esempio per tutti: una certa Belen, che tra l'altro mi sta pure antipatica...).
    E c'ho in testa tanti grilli da farne un concerto estivo fuori stagione...
    Ma cavoli, ci sono anche i momenti belli. I momenti che esci di casa, in ritardo a lezione (e quando mai?), e trovi il sole che brilla sulla cupola verde smeraldo della Chiesa Russa, e quei momenti perfetti in cui ti senti in sintonia con uno o una, che una tua parola finisce il concetto che stava pensando l'altro; quei momenti in cui senti che il mondo gira bene, perchè hai detto la parola giusta a lezione e il prof ti ha guardato ammirato, come se considerasse per la prima volta che sei anche tu un essere pensante e ragionante...
    Quei momenti in cui, senza proprio che non te lo sei aspettato o minimamente immaginato, ti arriva una sorpresa, un piccolo minuscolo gesto, tipo quella volta che Monica, la mia inquilina, mi ha fatto trovare l'acqua della pasta già sul fuoco, proprio come una mamma 2, che sennò anzicchè alle 14,20 mangiavo alle 15, con Uomini e Donne..., o quell'altra volta che io, Tea e Anto andammo al concerto dei Blu Vertigo, anche se non sapevamo come tornare, e io vomitai pure...
    e quella volta che io e Tea dormimmo nel trullo, aLocorotondo....
    E quella volta che mi trovai a Notting Hill (chissà come), in Portobello Road,  che c'era un'armonica che suonava un pezzo vecchio che conoscevo a memoria, e mi avevano appena comprato un libro di Shakespeare del secolo scorso, e c'era un sole che spaccava le pietre, e tutto era stupendissimo, e magico... e piansi pure perchè era troppo troppo da sopportare.
    Chissà perchè la tristezza è come un colpo di spugna, fa sparire tutte le cose buone e positive.Anche i progetti e le prospettive che avevi in mente.
    Positivati. Dico, io. Che se non ti positivi tu, stai fresco ad aspettare gli altri. Che tanto a rimetterci, quando vedi tutto storto, sei sempre e solo tu.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: Yes Man, Munchausen
     
    April 04

    Io, che volevo lasciare medicina - e le uova di pasqua con sorpresa...

    Questo post sarà lungo, ma doveroso, credo.
    Su un tema a me molto caro e che ricorre con una certa frequenza nelle conversazioni degli ultimi giorni.
    Per chi non ne fosse a conoscenza (e cmq per chi ne fosse, repetita iuvant) verso il terzo anno di università entrai in crisi, chiedendomi se valesse davvero la pena far quegli esami per un mestiere che non ero sicura di voler fare davvero, e per il quale non ero sicura di esser all'altezza.
    All'epoca far l'esame di biochimica 2, che per gli studenti della facoltà di Bari, canale ex- AK, neo-B (e A), è sempre stato uno scoglio duro, ma mi rimise in carreggiata con entusiasmo. Solo che subito dopo c'è l'altra muraglia cinese, Fisiologia, che sembra l'esame impossibile e infinito (e difatti lo è) che non riuscirai mai a superare, ma alla fine, con coraggio e un pizzico di menefreghismo si fa pure quello. Il problema grande e grosso della mia facoltà è questo: la mole antonelliana dei singoli esami del primo triennio, e le poche date di appelli fruibili per gli studenti in corso, rendono sistematicamente impossibile per il 60-70 % degli studenti frequentare dal terzo-quarto anno in poi tutte le lezioni, e in ogni caso di seguirle con "interesse".
    Ricordo che al quarto anno frequentavo corsi di specialità cliniche (cardiologia, gastroenterologia, nefrologia, ecc) e mi riscoprivo del tutto PRIVA DI INTERESSE. All'epoca ero tutta presa dalla Fisiologia e dalla mia crisi esistenziale, per cui già era un sacrificio andarci fisicamente alla lezione, e ancor più grande sentivo il peso di quella sensazione di "estraneità"... allora la situazione peggiorò sempre più fino ai limiti storici, perchè mi chiedevo: se non ti interessano queste cose che, obietivamente, sono il cuore e l'anima di tutta la medicina... ma cosa cazzo studi a fare per diventare medico???
    Purtroppo quando senti di aver perso terreno (come se la facoltà sia una staffetta ad ostacoli!!!????) e non vedi nessuno intorno che possa darti una mano a capire e a venirne fuori, tutto peggiora. Non dormi la notte, e se dormi è sonno agitato, ti svegli più stanco di com'eri la sera prima, a lezione un estraneo, un perdente, uno che sta "fuori dal coro". Uno che, forse, non sa manco lui di che razza e specie sia.
    Quindi anche lo studio ne risente; più il concetto è difficile, più ti senti imbecille, più pensi di non aver niente a che fare con quelle cose e quell'ambiente.
    Più ti senti così e più ti chiudi in te stesso: non puoi parlarne con gli amici: non capiscono.
    Non puoi parlarne in famiglia: non solo non capiscono, ma ti piccherebbero pure (COME??? DOPOTUTTI I SOLDI SPESI PER LIBRI, TASSE, TRENO.... Mò LASCI?? E CHE FAI??? VAI IN CAMPAGNA???) - Che in effetti a quel punto non sembra affatto una cattiva idea.
    Ti senti un peso morto, per la famiglia che (ignara) continua a sborsare soldi, e anche profondamente irritato, da te stesso (Ma cosa cazzo c'è che non va?), e dagli altri, soprattutto i parenti. Per loro tu non sei una persona, cioè un essere che può essere anche in difficoltà, ma solo un portatore sano dell'onore della famiglia.
    Tu non sei tu, sei il loro FUTURO MEDICO. Come se essere medico sia una specie di titolo nobiliare; dopo sei anni di vissuto in questo ambiente posso dirvi una cosa: ho conosciuto tanti medici e futuri medici, da collega, da alunna, da amica e da paziente. E sebbene ce ne siano alcuni alle cui mani mi affiderei al 100% in completa fiducia e sicurezza, ce ne sono molti altri dei quali personalmente, non andrei affatto fiera di esser parente, semmai lo fossi. Ci sono tanti medici ignoranti, o che sanno ma fanno le cose a cazzo (scusate il francesismo), tanti colleghi che non capiscono l'importanza del loro mestiere e delle lezioni.
    Oltretutto, più vai in dietro con gli esami più s'innesca il perverso meccanismo del far gli esami AL RISPARMIO, ovvero: studiare il meno possibile, facendo il numero più alto possibile di esami. Un esamificio, insomma.
    Ma che senso ha?
    Voglio dire, che senso ha far un esame a cazzo, prendere anche 30 magari, e non sapere un tubo di quell'ambito dela medicina? Che senso ha prendere il pezzo di carta, se non sai farlo poi, il medico?
    Perchè far la corsa a tutti i costi, cercando magari di metter sgambetti agli altri? Chi arriva primo vince... che cosa??? Per sentirti dire che sei bravo, che ti sei laureato in tempo, che hai preso 110 e lode...??? Per sentire quegli stessi parenti a cui obiettivamente non importa un cazzo di te a parte la qualifica sul pezzo di carta, vantarsi di te?
    Arrivata al sesto anno ho compreso e imparato ormai due cose:
    1) imparare a memoria è molto più faticoso e palloso che imparare ragionando. Anche perchè i concetti imparati a memoria dovrai continuare a reimpararli in ogni esame in cui ti si presentano, mentre se li impari ragionando mezzo lavoro è già fatto.
    2) il ragionamento è il sale (e il pepe) della medicina. A volte (pare strano a dirlo) può salvare delle vite
    in effetti ce n'è una terza: 3) seguire i corsi mentre li si sta studiando, non solo è utile, ma riesce a trasmetterti anche l'importanza del seguirli.
    Ora sto riseguendo un corso del quarto anno, già seguito all'epoca. E' vero che alcuni prof sono diversi, ma le materie sono le stesse. E le sto trovando molto interessanti, utili per qualunque specializzazione io decida poi di fare, e valide.
    la morale della storia è questa: quando le cose vanno bene, non ci si pone nessuna domanda, e tutto fila liscio.
    Quando però le cose non vanno bene, sorgono i dubbi, e tutto comincia ad andar sempre peggio. Ma i dubbi non sono solo una cosa buona e santa, sono anche una cosa indispensabile per vivere la vita non come fosse una pista di macchinine vecchio tipo, un percorso da seguire perchè non c'è altra cosa da fare che andare avanti senza se e senza ma; i dubbi ti rendono consapevole e più forte delle tue scelte. Fanno sì che alla fine, quando le cose poi tornano ad andare meglio, tu dica: ok, sto facendo questa cosa non per caso, non perchè mi ci son trovato a farla, ma perchè sono io a volerlo.
    Un'ultima chicca.
    Circa un anno e mezzo fa la mia (ovviamente) ex ginecologa mi diagnosticò l'ovaio policistico. Una cosa che tra noi donne è frequentissima. Mi fece l'ecografia, esami del sangue, ormoni, tutto. Presi da allora la pillola estro-progestinica. Ma ci fu un problema: con la pillola i dolori mestruali dovrebbero sparire, per motivi biochimici che non vi sto a spiegare, invece io continuavo ad averli come prima più di prima (t'amerò). Qualche mese fa mi son decisa ad andare da un altro ginecologo. La visita fu a tratti comica ("Signorì, qua sta da svuotare la vescica"-"Ma dottore, sono già andate 2 volte al bagno... se vado di nuovo piscio la vescica"...)
    venne fuori che il mio ovaio destro era perfettamente sano e normale, mentre l'ovaio sinistro non si vedeva affatto, perchè quello che occludeva la vista e che il dottore aveva inizialmente scambiato per vescica, in realtà era un tumore cistico grande quanto una vescica. La mia ex ginecologa mi ha diagnosticato una malattia senza avere gli elementi per farlo e non ha visto un tumore cistico che non può essere spuntato come un fungo in un anno. Anzi, la pillola deve averne bloccato la crescita in qualche modo, perchè appena l'ho sospesa è cresciuto di un centimetro.
    Le morali della storia sono queste:
    1) la medicina non è un gioco, nè un passatempo. E' un lavoro serio che può esser fatto con passione e piacere, ma sempre e cmq con professionalità.
    2) donne giovani (ma anche no) andate a farvi controllare. Possibilmente da almeno 2 ginecologi
    3) amici e non, studenti di medicina in crisi: forse all'inizio non sapevate esattamente perchè, ma per qualche motivo, soggettivo o (che ne sappiamo) magari immanente al cosiddetto "Fato", vi siete iscritti a questa facoltà. E' una strada lunga, faticosa, piena di responsabilità, e che implica molte qualità. Ma è un mestiere che se fatto con criterio può dare soddisfazioni. Quando sento di non potercela fare penso: cavoli, ce l'hanno fatta in tanti, perchè non dovrei io?
    e Quando penso di non essere all'altezza o alla pari dei miei colleghi di sesto anno, mi ricordo delle volte in cui i prof facevano domande a lezione, o in reparto, e ho visto i miei colleghi più "in corso" far scena muta, o guardare ai pazienti con sufficienza e disprezzo (alcuni, eh! ce ne sono altri bravisimi).
    Se avete rispetto del dolore, se provate piacere nel capire i meccanismi delle malattie non solo ai fini del passaggio di un esame, ma perchè comprendete che potrà servirvi per la vita, per il lavoro dopo. Se considerate il corpo non un immagfine dell'atlante di anatomia, ma un cosmo in cui tutto è collegato misteriosamente e meravigliosamente a tutto, fate un bel respiro e andate avanti.
    Purtroppo l'università italiana non è fatta per aiutare chi si trova in difficoltà, nè per aiutare a prepararsi con coscenza al lavoro. Arrivare primi alla laurea non vuol dire necessariamente sapere tutto e bene, così come non essere in corso non vuol dire esser perdenti, imbecilli e ignoranti. A volte bisogna fermarsi per poter andare avanti, a volte è necessario anche perdere qualche anno.
    Ma la vita di una persona può valere anche un anno o 2 in più di studio. No?
    Pensate solo a questo: io farò la differenza. Mi sembra più che sufficiente come incentivo, non trovate? :-)
     
    ps. non preoccupatevi per la storia del tumore cistico. La prossima settimana (santa) me lo tolgono. Ebbene sì, sto covando un ovetto di pasqua. Con sorpresa dentro!!! Io sono molto tranquilla perchè questo medico mi sembra serio e affidabile. Quindi niente pietismi, per favore, e siate tranquilli anche voi.