Angela's profileAssolutamente SuperlenzaPhotosBlogListsMore Tools Help

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    March 31

    Frattaglie

    Dalla finestra di un quinto piano nella città di Bari si può considerare che la primavera stia facendo proprio di tutto per tirarci fuori di casa, con questa salubre aria umida e piovosa, queste allegre nubi che oscurano il sole, questo piacevole senso di appiccicaticcio e imminente piovasco... eh, sì, ti svegli la mattina e pensi proprio: non vedo l'ora di uscire e andare a lezione. Sarà anche per questo, forse, che stamattina appena è suonata la sveglia mi sono abbioccata in automatico di nuovo, per poi ri-svegliarmi un'ora dopo...
    Ieri sera mi son fatta una panciata di risate a vedere il film "Ti presento i miei", su Italia 1. Avevo visto solo ils eguito, "Mi presenti i tuoi?", quello dove s'incontrano i genitori strambi di Ben Stiller, Dustin Hoffmann e Barbra Streisand, i coniugi F-O-T-T-E-R, con Bob DeNiro e consorte, che, devo ammettere, avevo trovato un pò troppo sopra le righe e non eccessivamente divertente; cioè uno di quei film che vogliono far ridere a tutti i costi ma non necessariamente ci riescono. Invece "Ti presento i miei" è un'escalation di sfigate vicissitudini di cui l'artefice, più o meno reo e più o meno consapevole, è sempre Ben Stiller, che nei panni dello sfigat(t)o ci sta sempre bene. Madò... non ridevo così da tempi immemori.
    Poi, facendo zapping, ho scoperto che su rete 4 davano "Pronti a morire", film che ho sempre voluto vedere, e che non ho mai visto. Quindi ho cominciato un pò a seguirlo, ma la delusione è stata rapida e indolore: la regia fa semplicemente schifo, con queste inquadrature da finto vecchio western che occhieggiavano un pò a Sergio Leone, senza ovviamente riuscirci, e una recitazione (dobbiamo dirlo, purtroppo) molto sotto gli standard: Sharone Stone si finge Calamity Jane ma manca di credibilità, Russell Crowe vuol fare il prete redento ma anche lui è cinematograficamente irriconoscibile, Leo diCaprio è lo scugnizzo dal grilletto facile che fa il bello sbarbatello; e i soliti cattivi cattivoni Kattivissimi, cui Gene Hackman si è prestato a far da capo, che di solito gli riesce bene. Era così stracarico di intenzioni sto film, che è riuscito un pò tipo "caricatura grottesca di se stesso". Personaggi piatti, da fumettone, e scrittura leggermente banale, scene e fotografia esaltate na poco esaltanti.
    A onor del vero, devo confessare di non esser riuscita a vederlo tutto, 1 - perchè avevo sonno; 2 - perchè non ne valeva la pena.
    O forse ero io che non ero in vena.
    Cmq, queste premesse hanno fatto sì che la notte scivolasse oltre il limite stabilito dalla sveglia. E se non altro la sfiga di ben Stiller mi ha portato buon umore, e portandosi via finalmente (forse) i dolori (del giovane Werther) degli ultimi giorni.
    Ah già: perchè negli ultimi giorni si è sofferto, dalle parti di quei gioielli patrimoniali intraddominali, ovvero frattaglie del tipo Utero-ovaie e compagnia bella.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: Wake me up when september ends, Green Day (lo so, ve l'ho già propinata oltre ogni dire altre volte, però, oggi questo passa il convento...)
    March 26

    Ve lo devo dire

    ve lo devo dire.
    E' da un pò che ve lo volevo dire, ma mò ve lo voglio proprio dire.
    Sono mesi che mi domando: ma chi è che me lo legge sto blog?
    In generale, quando penso a chi scrivo, penso a quelli che conosco, ma anche ad una specie di faccia vuota, senza connotati, un simpatico o antipatico (come faccio a saperlo) amico ignoto. Provo a pensare perchè venga a leggerlo: magari me lo vedo nel pomeriggio,o la sera tardi, quando ha un minuto di tempo libero, e magari alla tv come al solito fanno di tutto per tenerti incollato al video con programmi assolutamente compettivi, e allora pensa "Mò quasi quasi vado a vedere che ha scritto oggi quella superlenza là...".
    E apre il file magari salvato in preferiti, o (giacchè effettivamente non è un "preferito") fa la ricerca su google e sa come trovarmi, cioè esattamente come ha fatto la prima volta, quella volta che mi ha trovato per caso e ha pensato "Questa è proprio fuori..." e poi ha continuato a venir a trovare questo space
    Ogni volta che posso connettermi, una delle cose che trovo più divertenti fare (e questo ve l'ho già detto) è vedere attraverso quali strade arrivate,quali ricerche, e quali pagine leggete... all'inizio mi si leggeva in una stretta cerchia di persone, 10 pagine ala settimana massimo; poi si è passati a 30. Poi a 50.
    Oggi, aggiornato al giovedì, sono 102 dal'inizio della settimana.
    E 25.196 da quando è nato lo space.
    Forse non è molto, ma lo trvo divertente , e curioso.
    Mi piacerebbe molto avere un feedback con tutti voi, forse dovrei allestire una finestra speciale... tipo "benvenuti!!! lasciate un messaggio, prego...." o qualcosa del genere.
    Tra le pagine più affezionate:
    - Chi ha pagato Claudio Santamaria - che fu successone
    - Cretinate . Ovvero Tiffany e le paturnie - una specie di evergreen
    - Io e la biokimica siamo una cosa sola - un remembering dei begli esami che furono...
    - In zona Cesarino - qualcuno cercava forse info dotte sul'autore, e invece ha trovato superlenza... ahahh
     
    Cmq, che vi facciate avanti o no, sono molto contenta di rivedervi puntualmente arrivar ogni settimana... una specie di appuntamento strano senza contatti reali. E' il virtuale, no?
    March 25

    Diritto d'autore - ovvero: perle svendesi a saldo

    Un inciso su Baglioni (di cui si accennava nel precedente intervento): no, non cel’ho con lui. E neanche con le sue canzoni. Ma sapete, alcuni quarti piani d’Italia tendono a reiterare certe canzoni (e vorrei annoverare tra gli altri, interi album di Gigi D’alessio e affini) oltre il civile limite dell’umana sopportazione dei terzi piani. Ora, dico: se dopo la bellezza di venticinque anni ti riascolti “questo piccolo grande amore”, di regola dovrebbe tranquillamente bastarti per altri venticinque anni. Ma pare che questo non valga per alcuni quarti piani d’Italia, appunto.
    Ciò giustifica la legittimità del referendum, in cui ancora confido con gran fervore, di cui sotto.
    Altro referendum andrebbe votato sul volume medio da adottare in diversi piani d’Italia (quarti, sesti, secondi, etcetera), cioè: per quale motivo dovrei sentire il bisogno di cantare insieme a Gigi D’Alessio e Baglioni se questi signori non mi stipendiano per farlo? E se non devo cantare con loro, perché dovrei sentirne le voci in camera, neanche stessero spaparanzati sulla sedia a un metro da me, quando invece sarei molto più felice (leggero eufemismo) di concentrarmi sul cistadenoma mucoso? Perché vuoi farmi partecipe a tutti i costi della tua gioia sonora, perché vuoi essere altruista nell’unico ambito vitale in cui non è gradito che tu lo sia? Ti faccio sentire Allevi io? O Frank Sinatra? O chicche e sia? No.
    Se non ho comprato un certo cd, rispetta il diritto d’autore: non scassare le palle a chi il cd non cel’ha. (altra soave perla di saggezza: approfittatene, perle svendesi a saldo - in tempo di crisi…).

    Fatemi ridere

    (NB cosa scritta la mattina del 24 marzo)
     
    Allora, ieri sera per motivi vari, sconnessi tra loro e cronologicamente ben inseriti nel palinsesto della giornata (a ritmo di due-tre ore), mi sono autodigerita. E con somma speranza che l’autodigestione sia stata mirata in determinate zone e non in altre (già disastrate): autodigestione liposolvente – da brevettare….
    Ma, per esser del tutto sincera, insieme al mio grasso digerivo anche le gocciole. Sapete, quei biscotti da colazione croccantosi e tanto tanto cioccolatosi da mangiare in ciliegia-style (uno-tira-l’altro); di questo ritmo, le gocciole entreranno a far parte del mio codice genetico, e mangerò tante di quelle buste che mi reclameranno azionista maggioritaria della casa produttrice. Ma ritorniamo all’autodigestione. Che volete, non avevo fame (se si eccettuano le gocciole). O, come diceva una reclame della mia infanzia, avevo “voglia di qualcosa di buono”…
    Gli eventi della giornata mi avevano portato a coniare una nuova massima (ma forse esiste già… in ogni caso, sapete quanto me ne…), che suona più o meno così:
    “A prendere troppo sul serio la vita, finisce che la vita ti prende per culo”
    Carina, eh? Sul serio, prendiamo troppo sul serio troppe cose. Lo studio, i soldi, il possesso delle cose… a volte sembra che ne vada della vita o della morte. Prendiamo noi stessi troppo sul serio. Chi ha detto che “Figo è bello?” (non intendevo il giocatore dell’Inter, che in ogni caso non è esattamente il mio tipo…). Per esempio, se devo dirla tutta, ste foto che ho messo ultimamente sì… artisticamente perfette… ma un pochino fredde. Non mi sento proprio proprio io, anche se magari è comì che mi si vede da fuori... Cioè: mi guardo e mi penso “Puhaahahah… ma smontati! Ma ridi un poco, che la vita va presa così, a risate….”. In realtà nelle foto non si vede, ma più che dal ridere ero presa dal piangere, perché avevo la retina momentaneamente ustionata dal sole, dritto dirimpetto…
    Back to autodigestione. Il mio vero problema sapete qual è? È l’ira. Io, nell’inferno di Dante, là andrò a finire: nel girone degli iracondi. Oh… una pazienza di Giobbe signori, anzi una pazienza che neanche Giobbe la vede… ma quando metto la quarta, meglio che mi si levi la gente di torno. Sono tipo un vulcano di quelli che Alberto Angela ha fatto vedere qualche settimana fa… cenere e lapilli a oltre mille gradi che fondono l’amianto… forse dovrei propormi per lo smantellamento della Fibronit. Quando all’eruzione vulcanica subentra l’era della ragione è spesso troppo tardi: scuse su scuse. Nel frattempo ciò che si doveva fondere si è fuso, e si è ottenuto di rovinare la giornata a qualcun altro. E’ una storia vecchia quanto me.
    L’unica differenza tra me e i vulcani, è che loro almeno avvisano con qualche terremotino.
    Con l’era della ragione, arriva anche l’era dei sensi di colpa. Il giochino dei sensi di colpa è una cosa talmente contorta e ingarbugliata che alla fine non si sa più chi ha torto e chi ha ragione, e se anche avevi ragione ti senti così in colpa che ti dispiace di avere ragione, e vorresti avere torto a tutti i costi. Il risultato finale è che tutti ci si sente tanto una grande cosa marrone.
    Marrone come la giornata di cui sopra.
    Ora, quando ci si sente così in colpa, di regola il passo successivo è una novella incazzatura, ma di grado più lieve, della serie “ma perché cazzo devo stare così? Ma chi me lo fa fare? Ma io non voglio stare così…”. Allora la risoluzione finale è: ok, mò me ne vado su una torre d’avorio a mille chilometri dal genere umano, così non rompo il cazzo a nessuno, nessuno lo rompe a me, e stiamo tutti più contenti…
    L’unica falla nel ragionamento è che persino nella torre d’avorio le cose andranno male. Anzi, forse sempre peggio. Perché almeno, rompendocisi vicendevolmente gli attributi più o meno donati da madre natura si ribadisce il concetto dialettico di vita, per quanto asprigno ne sia in fondo al palato il sapore. Perché se è vero che molti di noi molto spesso si ritrovano a pensare e a dire “Quanta pazienza ci vuole nella vita”, è altrettanto vero che la vita stessa deve averne nei nostri confronti. E intendo per vita quelle forme di vita (come direbbero i Blu Vertigo) di specie e genere variegati che ci capita d’incontrare strada facendo (come direbbe Baglioni… a proposito, propongo un referendum per abolire e vietare la diffusione nell’etere di canzoni di Baglioni da tutti gli appartamenti del quarto piano d’Italia).
    Ritornando, per l’ennesima volta, all’autodigestione di cui sopra, quando hai fame solo di gocciole, di regola non ti va manco di studiare, men che meno di vedere gli ennesimi scopaioli dell’ennesimo Grande Fratello (ogni volta penso: povero Orwell… se solo sapesse che cosa ha fatto credo che tornerebbe indietro per bruciare la bozza di 1984 prima che venga pubblicato), e l’unica cosa che pensi è: fatemi ridere. Qualunque cosa, un film, un telefilm, una fiction, una rivista di Donna Moderna, un libro… qualunque cosa… ora, mi pare ovvio che in certe circostanze sembri che il cosmo si metta d’accordo: il palinsesto fa schifo ai cani (col dovuto rispetto per i cani, che cmq possono anche loro avere gusti televisivi), i libri… no, schifo no, ma un tantino lontani dall’idea del ridere sì… ti aggiri tra le mensole e scorgi… “Delitto e castigo”, “I demoni”, “Morte a 3 euro”, “Orlando”, Fenoglio, Puskin e Gogol, Banana Yoshimoto… quando arrivi a “l’insostenibile leggerezza dell’essere” e “i numeri primi di Giordano”, ti rendi conto del complotto cosmico e lo schivi con un “Ok, mò scrivo qualcosa io”. Motivo per cui state leggendo le parole di cui qui.
    Anche perché è da un po’ che pensavo: troppe recensioni, zero perle di saggezza.
    Ma, lo si sa no? Non si scrive se non si ha nulla da dire.
    Quindi la morale del giorno è: Nessuno è perfetto, perciò, a ognuno la sua croce.
    March 22

    Il mio amico Gorbaciov

    Stanotte, dopo una lunga permanenza in esilio, io e il mio amico Michail siamo tornati in Russia. Ovviamente non parlavamo in russo (perchè non lo so)ma quel che è fondamentale è che ci siamo tornati... sempre stanotte mi sono sposata con un uomo che so per certo essere già sposato (ma nei sogni la poligamia non è reato) e che tra l'altro (non ricordo bene) ma mi pare sia un tantinello di destra... cmq il mio amico Michail ha presenziato anche alla cerimonia.
    Non so se con questo c'entra il fatto che ieri notte abbia visto "Lord of war"... sapete, quel filmetto leggerino indipendente col Nicolas Cage-immigrato ucraino che scopre di avere la passione per il gun's business e con tanta gioia porta in giro il catalogo di AK47. Il colpo della vita corrisponde alla capitolazione dell'URSS perchè allora si apre la svendita totale prendisette-paghisei ("se ne prendi 6 - carri armati- uno è gratis"). Non è una guerra nostra - dice Jury/Cage al fratello, cocainomane per sbiadite nuvolette di sensi colpa (Jared Leto, pluriaffaccendato tra musica  e cinema - dorvebbe far parte dei 30 seconds to Mars, in cui Insospettate Conoscenze Cinematografiche&Musicali mi assicura essere bravo almeno quanto recita da "sballato"). Cmq farà un gran bell'affare nella vita quest'uomo, pieno di proiettili, amici dal grilletto facile che ti regalano un bel pacchetto di AIDS formato doppia figa, e un concorrente impacchettato (Ian Holm) da spedire nei piani di sotto (quelli caldi)... ma senza una famiglia, nè una moglie che non sappia resistere al fascino dei Blood Diamonds. Ethan Hawke fa del suo meglio, nei pallidi panni dell'agente Interpol pluri-fregato, ma i veri king della scena sono Nick Cage, coerente alla sua etica di piombo fino al midollo (ma solo per finta), e il regista Andrew Niccol che ha diretto un film originale nel modo più originale possibile, data la assoluta aderenza ai fatti e le persone vere (secondo Wikipedia sarebbero almeno una decina i possibili soggetti che potrebbero aver ispirato il personaggio di Jury Orlov). Molto carina la scena iniziale: soggettiva di un proiettile... ovvero "come nasco, viaggio e muio".
    Dopo tutto ciò, un giretto col mio amico Michail, per confrontarci un pò su queste cosette era doveroso, no? Il matrimonio ha ancora un'eziologia ignota... tanto più che l'uomo in questione (famiglia a carico) è proprio il meno indicato. Mah, Sognistrani parte ennesima+1.
    Consiglio film vivamente: allegria amarissima, ma verità pura, come 1 kg di coca barattato con M16.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: idee musicali scarse, a voi la scelta.
    March 08

    Attese

    Dovrei (immagino) far i dovuti auguri mimosati alle cosiddette donne... quindi, se ci tenete (donne) auguri.
    Se non ci tenete... è lo stesso.
    In più di un intervento mi son ritrovata a polemizzare contro il finto sistema di emancipazione femminile, il neo-schiavismo che è una chicca tutta nostra occidentale ( e che vogliamo - presuntuosi democratici - esportare nel resto del mondo), contro le ipocrisie del cosiddetto femminismo contemporaneo... contro gli psico-soprusi che in nome del nostro nuovo Dio "Consumismo" (deus ex negotio) ci dicono come deve essere una donna, quali taglie portare, che colori e modelli indossare, quali mestieri fare per sentirsi più figa (me lo fate passare... vero?)... ancora oggi mi chiedo se esiste ancora il senso dell'emancipazione, e se sì in che modi e termini.
    E vorrei spendere due parole per tutti gli amici e le amiche stressate/i dal sistema, spremute/i di tutte le energie positive in questa folle corsa come criceti nella ruota della propria gabbia, per tutti quelli che indossano giornalmente la maschera del ruolo prescelto e ansiosamente atteso da altri, che recitano a memoria le battute pre-scritte, che portano in giro la loro cerea tranquilla carcassa mentre dentro urlano e vorrebbero fuggire lontano per chilometri... per non sentire più, per non vedere più. Vorrei dire a queste persone: non aspettate a lungo. La vita sembra a volte un'alternanza di attese che non hanno mai fine: quando sei piccolo aspetti di diventare grande perchè pensi che così esaudirai i tuoi desideri e comincerai a vivere davvero... così a 16 anni non vedi l'ora di averne 18 perchè pensi che allora avrai diritto a vivertela per conto tuo la tua vita, a godertela in tutta la sua essenza, e a 20 non vedi l'ora di laurearti... perchè finalmente non avrai più scadenze, nè aspettative da assolvere, e solo un benedetto o maledetto lavoro con cui non pesare più suoi tuoi genitori e per farti un santo buco di tua assoluta proprietà sulla terra... e poi? Nel frattempo gli anni passano.... la vita non è un'attesa, è ora. Ogni istante, ogni minuto, ogni alba e ogni tramonto. Non lasciatevi schiacciare dalle attese, godete ogni attimo per quanto difficile o penoso possa sembrare.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: quella di ieri che finalmente oggi si sente al mediaplayer.....
     
    March 07

    Don Giovanni si nasce

    Devo - assolutamente devo - comunicarvi questa nuova cosa che ho da poco conosciuto (è il caso di dire: a causa di insospettate conoscenze musicali...). Magari adesso salterà uno che dirà : "Eh!!! ma come? lo conoscevamo tutti da un pezzo, e tu te n'esci mò?"
    Ma caro mio, risponderei, non è che posso conoscere tutti i tizi che fanno musica sul pianeta terra...
     
    udite udite, dopo una settimana "pienamente marrone", di alti e bassi (più bassi che alti), di vomiti incoercibili ed emicranie paracetamolizzate da infermiere estemporanee (un grazie dovuto all'estemporanea dottoressa Fracchiolla), ci si è risollevati lo spirito con un Johnny Depp dei primordi e un Marlon Brando in dirittura di pensione (anche nel film!!): "Don Juan De Marco, maestro d'amore".
    Principio col dire che non sono totalmente d'accordo nè con la recensione che del Morandini, nè con quella del Farinotti, che mettono in rilievo il duetto Depp-Brando, i 160 chili di quest'ultimo e la chirurgia plastica subita da Faye Dunaway sulla sceneggiatura assolutamente incantevole (soggetto di Jeremy Leven, a quanto pare medico e psicologo che ad un certo punto decise di fare un film(l'unico), basato sul libro di Lord Byron - NB: produttore F.F. Coppola... non so se mi spiego...), la fotografia un pò fiabesca e il ritmo, ai limiti dello sdolcinato ma che in maniera molto ironica e autoironica non vengono magistralmente valicati: Depp, uno sconcertante ventunenne sedicente "miglior amatore del mondo", comincia questo film ciclico con l'elenco (telefonico) delle amate: millecinquecentodue in 6 anni. E' subito qua scatterebbe la risata derisoria... pua-ah-ah-ah-ah. Però c'informa di dover morire perchè, come per tutti gli amatori che si rispettino, è innnamorato dell'unica che lo respinge, e questo è troppo. Ma prima un'ultima conquista...
    Sul cornicione di un palazzo attira l'attenzione, apparentemente ignaro del teribile errore: quello di essre in tutto è per tutto un anacronistico zorro (completo di maschera) nella New York del (su-per-giù) 1995. Il pluriobeso stimatissimo psichiatra Brando se lo va a prendere col montacarichi e lo chiude nella sua "Villa" di cura: in dieci giorni, ci assicura, riporterà l'adorabile pazzo alla ragione senza i maledetti farmaci psicopatogeni. Finisce che pazzi ci si diventa tutti, contagiati dal "mal d'amore" d'altri tempi e di "ricordiamoci un pò com'era....".
    Con ironia e leggerezza si stende questa tela mai eccessiva, in cui questi mostri sacri (mostriciattolo Depp, all'epoca) la fan da padroni esaltando la naturale bellezza del film: un pò fiaba, sfiorando le mille-e-una-(donna?)notte, elogio della femminilità e dell'amor sacro/profano, della seduzione (questa sconosciuta???) non imbrattata di frasi fatte, trite e luoghi comuni, ma di... poesia!!!! Un pò misto di ruoli a (ri)definirsi, dove realtà e surreale sono due aspetti della stessa vita, (labile limite a separarli mai visibile agli occhi e al cuore): il don Giovanni di Leven, che niente ha assolutamente a che fare con la moderna idea del "maschio" (???!???) conquistadore(s), è un (quasi) ingenuo pezzo di femminilità trasposta nell'uomo e riconosciuta (finalmente) da egli in tutta la sua monumentale esuberanza erotica, romantica e - diciamocelo - virile. Perchè fa sicuramente più squagliare un uomo che conquista con stile e dosata delicatezza, che uno dei soliti pompati tronisti.
    Della serie: Don Giovanni si nasce, o (al massimo) ci si può scoprire.
     
    Non approfitto mai di una donna. Dono alle donne piacere, se lo desiderano, e va da sé che è il più grande piacere che potranno mai provare... ci sono alcune donne, dall'aspetto incantevole, con una certa qualità dei capelli, la curva delle orecchie che si prolunga come la rotondità di una conchiglia. Queste donne hanno le dita sensibili come le loro gambe; i polpastrelli provano le stesse sensazioni dei loro piedi. E quando tocchi le loro nocche è come passare le tue mani sulle loro ginocchia. Toccare questa tenera, carnosa parte delle dita, equivale a sfiorare con le mani le loro cosce. Ogni donna è un mistero da risolvere ma una donna non cela nulla a un vero amante. È il colore della sua pelle a dirci come procedere; se ha l'incarnato come quello di una rosa, pallido e vermiglio, deve essere persuasa ad aprire i suoi petali con lo stesso calore del sole; la pelle chiara e screziata di una rossa richiede la lussuria di un'onda che si infrange sulla spiaggia, in modo da scuotere ciò che giace nascosto e portare in superficie la spumeggiante delizia dell'amore... ci sono solo quattro domande che contano nella vita: cosa è sacro, di cosa è fatto lo spirito, per cosa vale la pena di vivere e per cosa vale la pena di morire... la risposta, ad ognuna, è la stessa: solo l'amore. (...)
    Credete che non sappia che cosa vi accade? Avete bisogno di me, per una trasfusione. Perché il sangue è diventato polvere e vi ha occluso il cuore. Il vostro bisogno di realtà, il vostro bisogno di un mondo dove l'amore è incrinato continuerà a soffocarvi le vene, finché in voi non ci sarà più vita. Ma il mio mondo perfetto non è meno reale del vostro mondo. È solo nel mio mondo che voi potete respirare.
    Johnny Depp - Don Juan De Marco
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: After the ending, John Frusciante (The Empyrean)
    March 01

    Capita

    Capita nella vita di ispirare. Anche (e soprattutto) inconsapevolmente. E di lasciarsi ispirare.
    Capita di avere intuizioni dal niente (o dall'apparentemente tale), e di suggerire intuizioni.
    Capita di non riuscire a capire bene che cosa si sta provando nello specifico istante in cui ci si chiede che cosa si sta provando. Capita di non capirese si sta vivendo davvero, e se si sta ancora aspettando di iniziare a farlo.
    Capita che quando ti capita questo, ti possa prendere un momento di panico.
    Oppure, di malinconia, quel sentimento diffuso e aspecifico, come i sintomi di un'influenza di stagione, indefinito, indelimitato; a tratti insopportabile e irritante.
    Capita che, anche quando il codice sia univoco, e la semantica specifica, che non si sappiano decifrare i segni.
    Capita, chissà perchè, quasi sempre tra domenica e lunedì, quando si ricomincia il tran-tran, e ci si richiede, per l'ennesima volta, se è ciò che vogliamo davvero. E, nel caso la risposta sia negativa, cos'è che vorremmo davvero.
    Capita anche ai migliori e ai più semplici di non essere capiti. E restare muti e immobili, pur parlando e muovendosi.
     
    LA CANZONE DEL GIORNO: Non ce l'ho. a vedersi prossimamente